Orfani: Terra Tour a Milano

Il 14 Gennaio alla fumetteria Supergulp di Milano si è tenuto il primo incontro dedicato a Orfani: Terra, ultima avventura in tre albi dedicata al mondo di Orfani, miniserie Sergio Bonelli Editore ideata da Roberto Recchioni e Emiliano Mammucari.

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Per l’occasione Michele Masiero insieme a Emiliano Mammucari, Matteo Mammucari, Mauro Uzzeo, Giovanni Masi e Roberto Recchioni hanno presentato il progetto e parlato dell’albo Terra #1 –  Dalla cenere, primo prodotto Sergio Bonelli Editore uscito contemporaneamente in edicola e in fumetteria.

Dopo aver accennato proprio a questa particolarità dell’albo e alla decisione di creare una variant incentive omaggio per le fumetterie ogni dieci copie acquistate, ci si è soffermati sull’ esordio di Emiliano Mammucari come sceneggiatore e sul coinvolgimento di Gipi come copertinista di questa quinta serie.

Emiliano Mammucari ha poi presentato la squadra di disegnatori, composta da Alessio Avallone, Luca Genevose e Matteo Cremona, mentre Mauro Uzzeo ha sottolineato il fatto che a scrivere Dalla cenere, che si apre con la storia di due fratelli, siano proprio i due fratelli Mammucari. A proposito dell’esperienza lo stesso Emiliano Mammucari afferma:

“Sono tanti anni che sono disegnatore e proprio per questo c’è una partecipazione al disegno di un certo tipo, anche emotiva. Ma che cos’è la scrittura! Questa è la prima volta che scrivo e fa male in qualche modo perchè ti mette a nudo. Sono una persona che ci tiene al lavoro di squadra e scrivendo con Mauro e Giovanni ci siamo trovati a recitare le battute… Sono sicuro che questo esperimento della scrittura lo rifarò e che abbia cambiato la mia percezione del disegno. Inoltre in Bonelli c’è una tradizione di disegnatori passati alla scrittura…”

L’incontro si è chiuso con il firmacopie degli albi e della stampa realizzata per l’occasione dallo stesso Emiliano Mammucari.

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ComicArte Varese: incontro con Roberto Recchioni

2 Aprile 2016 – A Varese si è svolto l’incontro con Roberto Recchioni organizzato dall’Associazione ComiArte Varese presso la fumetteria Crazy Comics che ha visto lo sceneggiatore romano raccontarsi e confrontarsi con il pubblico a proposito della sua carriera, della sua concezione della donna e della filosofia nerd che sta imperversando in questi ultimi anni.

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Prima e dopo

“Nel corso degli anni ho capito come si facevano i fumetti e che ci volevo provare”. Non ci vuole molto a Roberto Recchioni per rendersi conto che il fumetto è la sua vita e che la sua strada è già segnata. Da quel momento, grazie alla sua grande forza di volontà e ad una buona dose di fortuna, riesce a farsi pubblicare da un piccolo editore e a dare una svolta definitiva alla sua carriera. “Non c’è un passo più grande di quello. Quando passi dal non essere pubblicato all’essere pubblicato hai compiuto il tuo più grande balzo professionale”.

Dai resti della sua prima pubblicazione nasce Pietro Battaglia e l’inizio della collaborazione con Eura Editoriale, lavoro che gli permette di ricavare il denaro necessario da investire nelle autoproduzioni Factory.

“L’autoproduzione è una strada importante per potere entrare in questo settore perchè obbliga il fumettista ad acquisire delle nozioni molto utili in relazione all’impaginato, al lettering, al modo in cui un albo viene mandato in tipografia, alla grafica, alle tempistiche.”

Da Napoli Ground Zero si passa a John Doe, personaggio che permette a Roberto Recchioni di entrare a far parte del cast di sceneggiatori della Sergio Bonelli Editore, per cui ora svolge il ruolo di Direttore Editoriale di Dylan Dog.

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Disegnatore o sceneggiatore?

“Penso il fumetto come un blockbuster hollywoodiano ma lo disegno come se fosse un underground americano. Le mie storie non si sposano quasi mai con il mio modo di disegnare, a meno che non decida di raccontare qualcosa di molto personale”. Così Roberto Recchioni racconta la sua difficoltà di approcciarsi al fumetto come autore completo, ricordando di come la sua carriera sia comunque iniziata facendo il disegnatore.

“Disegno perchè mi piace, perchè mi fa stare bene. Certe volte sono in grado di risolvere dei problemi più velocemente e nella maniera migliore rispetto a disegnatori più bravi di me. Ma non sarò mai un grande disegnatore. Come scrittore riesco ad essere bravo ogni tanto, come disegnatore mi costa molta fatica. Proprio per questo il mio io sceneggiatore non vorrebbe mai che il mio io disegnatore si occupasse delle sue storie.”

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Tra The Pink Album e le polemiche femministe

Dopo un breve excursus sui lavori personali (John Doe, La saga dei Samurai) e sui fumetti più amati (il primo ad essere citato non poteva essere altro che Il ritorno del Cavaliere Oscuro) e un’interessante analisi sulla sua rapporto con i social network (haters compresi), Roberto Recchioni ha parlato della sua collaborazione con Immanuel Casto, per cui ha realizzato le illustrazioni dell’ultimo album. “Credevo di conoscere il tipo di ostilità che poteva ricevere Immanuel Casto, mentre invece non ne avevo la più pallida idea.”

E sulle accuse di misoginia relative a Rrobe Porno e la polemica relativa la satira nei confronti della figura della ragazza nerd: “Sono accuse che mi vengono fatte da uomini” e “Il fenomeno della ragazza nerd è un fenomeno insopportabile. Le ragazze che ti dicono: <<Ma come sono nerd?>>, non sono nerd, stanno solo cercando di rispondere ad una categoria merceologica per ottenere un mio mi piace”.

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Da Jun a Rosa, la forza di essere eroine

Quando faccio notare il contrasto tra le “critiche femministe” che Roberto Recchioni subisce e la presenza di moltissimi personaggi femminili all’interno delle sue opere l’autore risponde: “In Orfani è pieno di personaggi femminili fortissimi: c’è Sam, c’è la Juric…Sì, è vero che sono cresciuto con Aliens di Cameron e con in mente donne che mi verrebbe da definire donne-uomini, però se penso a Juno, a Jun della serie dei Samurai e mi sembra di aver dato vita a dei bei personaggi femminili. Rosa è un personaggio di cui sono molto orgoglioso.”

Partendo poi dal rapporto che lega Rosa, Seba e Nuè, Roberto Recchioni racconta la sua personale visione dei rapporti interpersonali.

“Per me qualsiasi tipo di rapporto vale, ad eccezione di quando vuoi costringere una persona a fare qualcosa che non vuole fare. È molto difficile far passare questo concetto dentro un fumetto e farlo senza malizia. […] Il problema è che c’è molto perbenismo.”

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Sceneggiatura vs Editing

E sul rapporto tra il suo lavoro come Direttore di testata e quello di sceneggiatore afferma che: “È difficile e finirà. Non è un segreto che il mio incarico in Bonelli sia una mission a scadere. Quando riterremo che determinate strade sono state esplorate o quando il tempo che ho dato a disposizione si esaurirà io mi dimetterò tranquillamente. Non sarò mai un curatore eterno. Io sono un autore e un produttore di fumetti.”

E ancora: “L’esperienza è interessantissima, ha presentato moltissime difficoltà nuove, anche umane, e mi ha permesso di capire molte cose su di me. Ed è terribile quando vuoi scrivere e invece devi revisionare. Ho scritto meno Dylan Dog di quanti avrei voluto anche per quello.”

D’altro canto la possibilità di portare in Bonelli autori insoliti e di ripensare il formato degli albi speciali sono state esperienze che l’autore ha molto amato e di cui è particolarmente fiero.

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L’importanza del dolore e il firmacopie

Dopo aver raccontato le difficoltà relative la modernizzazione di Dylan Dog, come è nato il vampiro Pietro Battaglia e cosa lo ha spinto a scrivere Ya, si parla del tema del dolore e dell’importanza che ha nei suoi fumetti. “Cerco sempre di trattare il dolore come momento di creascita e di creazione.” racconta. “I miei personaggi attraversano sempre dei riti di passaggio legati al dolore e alla sofferenza che li porta o a diventare più forti o a cambiare in maniera radicale”.

Terminate le domande è iniziato la sezione firmacopie per i fan presenti.

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Qui di seguito trovate il video integrale dell’incontro. Enjoy it!

Presentazione di Chanbara – La via del samurai

Il 20 Novembre 2015 a Milano presso la Feltrinelli di Piazza Duomo si è tenuta la presentazione di Chanbara – La via del samurai, ristampa a colori della saga giapponese realizzata da Roberto Recchioni e Andrea Accardi per Le Storie di Sergio Bonelli Editore. Il tour promozionale, che da Reggio Emilia ha portato i due autori a Milano, ha dato modo ai lettori presenti di scoprire la nuova edizione curata da Bao Publishing alla scoperta della colorazione del volume realizzata da Stefano Simeone e Luca Bertelè.

Dopo l’introduzione del moderatore Michele Foschini che paragona Roberto Recchioni e Andrea Accardi alle due spade chei samurai portavano sempre in battaglia (nei rispettivi ruoli di wakizashi, l’arma dell’onore utilizzata per il Seppuku, e katana, l’arma di difesa più lunga ed efficace), Roberto Recchioni ha iniziato a raccontare la genesi dell’opera:

La genesi delle due storie presenti nel volume Bao Publishing è un po’ particolare perchè Sergio Bonelli aveva delle idiosincrasie per alcuni specifici generi, quindi non amava e non voleva che fossero fatte storie sugli antichi romani, storie sui pirati, storie con tanti bambini e storie sui samurai. Mauro Marcheselli è invece un grande appassionato di samurai e di cultura giapponese proprio come me […] perciò, quando è nata la collana le Storie e gli ho proposto di realizzare una storia sui samurai, mi diede l’ok con l’intenzione di far leggere a Sergio la storia una volta che l’avessimo finita. Il nostro grande rimpianto è che non abbiamo potuto litigare con Sergio perchè è scomparso prima dell’uscita degli albi. Sono convinto che se una storia non fa incazzare nessuno è una storia inutile, cioè se una forma artistica o culturale non  ha neanche una provocazione  e genera e polarizza le opinioni vuol dire che hai sbagliato qualcosa.

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Andrea Accardi, unico disegnatore preso in considerazione da Roberto Recchioni per questa saga realizzata con l’intento di creare lo sposalizio perfetto di forma e contenuto, parla poi del rapporto che c’è tra Chanbara e Lone Wolf and Cub, che insieme al lavoro di Frank Miller in Ronin hanno influenzato notevolmente lo sceneggiatura durante la fase di scrittura:

Lone Wolf and Cub fu il secondo manga sui samurai che scoprì, anche se ammetto che una volta scoperto e rimasto affascinato da quelle atmosfere, lo avevo un po’ dimenticato. Infatti quando ho ripreso in mano tutta questa parte iconografica per questa storia di samurai non mi sono subito ispirato a Kojima, ma l’ho preso un po’ alla larga. Come prima cosa per documentarmi ho cercato le stampe giapponesi dell’epoca e usato Kojima e altri autori per avere una conferma di quello che vedevo.

Roberto Recchioni racconta poi i vari passaggi a cui Accardi ha sottoposto il suo lavoro:

Andrea (NdA: Accardi) ha lavorato su dei fogli a quadretti di un quadernone che poi ha messo all’interno di questi raccoglitori meravigliosi con delle pagine a matita incredibilmente dettagliate. Qualsiasi disegnatore li avrebbe inchiostrati e mandati in stampa. Lui ha fotocopiato i fogli in grande, li ha rilucidati e reinchiostrati. Parte di questo lavoro lo trovate nei contenuti speciali del libro, l’altra parte potete trovarla online usufruendo del QR-Code presente all’interno.

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Dopo aver rapportato l’uso dei quadernoni da parte di Andrea Accardi al metodo di lavoro che prediligeva Magnus nei suoi ultimi fumetti, caratterizzato da un controllo quasi ossessivo degli spazi e dei piccoli dettagli, ci si è soffermati sulla capacità che i due autori hanno avuto di dare un aspetto dinamico a tavole nate con un approccio fortemente controllato. Roberto Recchioni racconta:

Prima del fumetto giapponese in questo c’è veramente l’idea di quello che è il Giappone e di quello che è il Giappone che cerchiamo di raccontare. Quello che a me interessava era cercare di passare alcuni aspetti della cultura giapponese che amo moltissimo tra cui quello legato alla spada più che alle altre arti marziali. Un’altro aspetto che mi fa impazzire del Giappone è la loro concezione di poesia, l’haiku, la poesia più rigida del mondo […] che si basa sulla riscrittura costante. La ripetizione del gesto, la ripetizione della pratica portata all’interno di regole rigiddissime ti permette di ricercare dei modi per esprimerti che sono mille volte più violente e devastanti di quelli che adotti quando hai la totale libertà. Nella lavorazione di Chanbara mi sono divertito tantissimo a inserire degli haiku, alcuni sono molto famosi, altri sono miei; è stata un’esperienza divertente mescolarli e osservarne l’effetto.

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E Andrea Accardi:

Le stampe giapponesi hanno una composizione statica, ma in realtà all’interno ci vedo energia e movimento. Io l’ho esplicitato perchè la mia formazione da fumettista la devo molto ai manga, ma anche cartoni animati come Goldrake e Mazinga, Heidi e Anna dai capelli rossi. Molte cose sono inconsapevoli perchè mi vengono naturali come le linee cinetiche che vedete in alcune scene d’azione. Per me quello è il modo che conosco per rendere il movimento; non mi pongo la domanda se è meglio fare tante linee, una più piccola una più grande, o quanto spazio devo lasciare l’una dall’altra per renderle simili a quelle dei manga giapponesi.

Poi il disegnatore si sofferma a raccontare di quanto sia stato utile reimpastare nel tempo le sue influenze giapponesi all’arte di autori come Toppi e Battaglia e di quanto sia stato complesso ripensare le sue tavole a colori. Su quest’ultimo punto:

Luca Bertelè e Stefano Simeone hanno dato la loro personale visione della narrazione e delle atmosfere; se notate sono molto diversi uno dall’altro. Stefano ha tutta una sua poetica che ricorda quella che usa nei suoi fumetti e che mi ha in gran parte soddisfatto. Lo stesso con Luca Bertelè, che ha una paletta di colori più classica e che ha deciso di donare con le sue scelte maggior volumetria ai corpi.

Terminato l’incontro è suguito il firmacopie dei due autori.

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Recensione di Orfani: Nuovo Mondo #1 – L’aliena

La terza stagione di Orfani: Nuovo Mondo inizia il mese di ottobre proponendoci L’aliena, albo che, come si può notare dalla splendida (e centrata) copertina di Matteo De Longis, vede come protagonista assoluta Rosa, l’ultima superstite delle precedenti avventure della famiglia anticonvenzionale di Ringo, nel ruolo di fuggitiva ed extracomunitaria del Nuovo Mondo, pianeta colonizzato dagli umani su cui è fuggita grazie ad una nave clandestina.

Ed è proprio con l’approdo sul pianeta che cominciano le disavventure della ragazza che, scampata da morte certa dopo un attacco alla navicella da parte della guardia marina, deve vedersela con le numerose minacce che vi albergano, siano esse pericolosi mostri o i Cani, robot automizzati a caccia di intrusi.

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L’albo, meno esplosivo dei precedenti numeri uno (in Orfani #1 assistevamo alla distruzione di buona parte dell’Europa, in Ringo #1 al suo scoppiettante ritorno in scena con tanto di famiglia allargata), risulta una lettura piacevole e permette, senza superflue spiegazioni (quelle necessarie sono messe in bocca a Host, il robot assistente di volo che accompagna Rosa durante il viaggio) a Roberto Recchioni e Luca Vanzella di trattare due tematiche complesse come materità e immigrazione e di intrecciarle grazie all’intelligente e sfaccettata caratterizzazione della protagonista, sviluppata e gestita molto bene anche nella precedente stagione.

In primo luogo si assiste alla crescita e al cambiamento di Rosa che ha trovato finalmente qualcosa per cui vivere (e non morire, come il suo attaccamento nei confronti dei moti rivoluzionari contro il governo Juric) e che, come una moderna Sarah Connor, ha trovato le forze per combattere una guerra diversa il cui scopo è rimanere illesa. Gli sceneggiatori riescono nell’intento di dare spessore e profondità al personaggio senza privarla del tutto della spensieratezza che, nonostante le dure prove a cui è stata sottoposta e le perdite che ha subìto, è ancora viva nella ragazza, trapelando dalle pagine del suo diario, in cui c’è ancora spazio per i sogni e i finali a lieto fine. Inoltre il difficile passaggio dalla condizione di figlia alla condizione di madre orfana di padre appare ben strutturato dall’apparizione di Ringo che, come in un sogno ad occhi aperti, accompagna la giovane attraverso l’intricata foresta, così come l’importanza di avere in grembo una nuova vita e la distorsione del concetto di amore materno (rappresentato da Sam, figlia putativa della Juric) sono accennati in maniera esaustiva nelle pagine finali.

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In secondo luogo ci vengono mostrati i quattro protagonisti che fanno parte del complesso problema sociale dell’immigrazione: la Juric, che rappresenta le autorità da cui dipendono le scelte di una linea più o meno dura, la guardia marina (tutta al femminile), che si presenta come il corpo armato che “respinge” i forestieri senza permesso, Rosa,  la profuga in fuga, e Rollo e Cesar, gli scafisti che per denaro trasportano senza scrupoli le persone che riescono a pagare il pedaggio. Senza prendere una posizione ben delineata l’albo si limita a mostrarci le azioni dei comprimari, permettendo al lettore di comprendere le dinamiche che governano il nuovo pianeta e di scoprire l’oscurità che alberga dentro ciascuno dei personaggi caratterizzati da personalità controverse spesso goverate da cieco egoismo. L’ incapacità del lettore di percepire ogni singolo protagonista come un modello positivo rende più oggettiva l’analisi degli eventi che si susseguono, fortemente correlati all’attualità e alla situazione critica che ha vissuto l’Europa in questi mesi.

I disegni di Gigi Cavenago svolgono al meglio la funzione di rendere piacevole e rapida la lettura grazie all’utilizzo di inquadrature che concedono il giusto grado di dinamismo alle tavole e ad un’ottima caratterizzazione espressiva dei personaggi. Nonostante non si raggiunga il livello di sperimentazione che abbiamo apprezzato in #Orfani 11, il disegnatore, con pochi e “semplici” tratti, riesce a delineare un intero mondo, a dare la propria personale interpretazione dei protagonisti della serie (e di Rosa in particolare) e a creare una netta divergenza tra i mostri autoctoni che sbucano dalle profondità del pianeta con le loro silouette morbide e arrotondate e le guardie di frontiera, complessi robot umanoidi che discendono dall’alto scortati dalle navicelle governative. Ricordando in parte l’aria che si respira nell’universo di Star Wars, dove se si presta poca attenzione alle minacce naturali si rischia grosso, la lotta che prende piede nelle pagine finali sembra proprio rappresentare l’idea che non vada sottovalutato il pericolo che deriva dalla natura incontaminata e sconosciuta, concetto che culmina a pagina 75, dove una tavola costruita a ventaglio sottolinea prepotentemente la forza primordiale del’habitat e degli animali che ci vivono e che possono facilmente sopraffare Rosa.

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Il lavoro di Annalisa Leoni si sposa bene con lo stile di Gigi Cavenago e riesce, tramite l’uso del blu e del rosso, che indicano il contrasto tra bene/male e naturale/artificiale, a donare alle varie pagine la giusta dose di tensione e a definire per mezzo dei contrasti la pericolosità insita nel nuovo mondo. Interessante quindi osservare come alle tavole legate ai robot e alla loro descrizione, in rosso, e a quelle in cui Rosa si scontra con i mostri che abitano la sua nuova casa, prevalentemente in blu, si aggiungano le pagine 76 e 77, completamente dominate dalle tonalità del giallo che, come visto in precedenza anche in Orfani e Ringo, riportano Rosa nel limbo dove si trovano gli Orfani morti a dar vita ad una sorta di dejavu che ci accompagna di stagione in stagione in cuu ci vengono mostrati i personaggi che hanno sprecato la loro possibilità di redenzione.

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Orfani: Nuovo Mondo #1 si presenta quindi come un prodotto differente dai precedenti numeri uno di Orfani e Orfani: Ringo, risultando meno ricco di colpi di scena ma mantenendo un ritmo costante e piacevole che permette al lettore di concentrarsi sulla psicologia dei protagonisti e sulle dinamiche che prevalgono all’interno della colonia governata dalla Juric.

Presentazione di Dylan Dog Speciale #29 – Il pianeta dei morti

Il 13 Ottobre alle 18.30 presso il Megastore Mondadori di via Marghera si è tenuta la presentazione di Dylan Dog Il pianeta dei morti- La casa delle memorie (Bilotta-Casertano), primo speciale annuale dedicato all’universo parallelo creato da Alessandro Bilotta che vede il protagonista della testata Sergio Bonelli Editore, ormai invecchiato, vedersela con una vera invasione di zombie e con le problematiche che ne derivano.

Nata come una breve storia per il Color Fest, Il pianeta dei morti (Bilotta-Di Giandomenico) ebbe un clamoroso successo tra i fan di Dylan Dog per cui si decise di portare avanti tali avventure prima attraverso storie singole nel Color Fest (Bilotta-Martinello) e nel Gigante (Bilotta-Vetro) e poi come totale protagoniste del nuovo Speciale annuale.

Ed è proprio spiegando la necessità di creare un appuntamento fisso con l’universo creato da Alessandro Bilotta che è iniziato l’incontro presieduto da Roberto Recchioni e Franco Busatta che ha visto lo stesso Alessandro Bilotta raccontare ai presenti insieme al Giampiero Casertano come si è sviluppato e come è stato realizzato lo Speciale #29.

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Alessandro Bilotta prende parola raccontando la genesi del personaggio che, come fa notare Franco Busatta, è più vecchio dell’originale in controtendenza con le scelte di case editrici quali Marvel e Dc, che hanno creato universi alternativi in cui i supereroi sono per lo più dei ragazzini.

Non sono mai stato giovane e questa è una caratteristica con cui devo fare i conti. Sicuramente non mi appartiene un personaggio con le caratteristiche che hanno gli attuali supereroi, questo tentativo di parlare ai ragazzi del liceo non mi appartiene. Sicuramente se dovessi parlare di supereroi ricercherei lo spirito originale del personaggio. Questo non significa che non si possa raccontare con modernità. Uno dei fumetti che ho molto apprezzato in questi anni è All Star Superman, uno dei miei fumetti preferiti di sempre, dove lo sceneggiatore ragiona con senso epico senza rivolgersi ai giovani, ma rimane modernissimo riprendendo un determinato tipo di linguaggio…Questo è il mio modo di ragionare, lo sento molto vicino. Non credo che leggendo La casa delle memorie il lettore possa sentire di ritrovarsi a leggere una storia di venti anni fa, però a me affascina cercare di ritrovare lo spirito originario dei personaggi dei fumetti e quello di Dylan Dog, a cui mi sento molto legato.

Dopo aver raccontato della sua decisione di citare Attraverso lo specchio all’interno ne La casa delle memorie una volta scoperto che a disegnare l’albo sarebbe stato Giampiero Casertano (“Mi piace dichiarare un senso di continuità. Casertano c’era allora e c’è adesso, così come i personaggi di allora ci sono pure adesso”) e le motivazioni che hanno creato Il pianeta dei morti (in alternativa ai “finali alla Scooby-Doo” presenti in quel momento nella serie regolare), Alessadro Bilotta si sofferma sulla sua necessità di raccontare l’angoscia nella giusta maniera:

L’angoscia secondo me si descrive in due modi. Uno è l’immagine disturbante (come ad esempio i morti viventi che mangiano carne umana al ristorante insieme alle persone normali), l’altro è non spiegandotela perchè tutte le cose che angosciano nella vita non hanno spiegazioni. Nel momento in cui tu la vai a spiegare perdi l’angoscia.

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In seguito prende parola Giampiero Casertano che racconta che cosa significa per lui, disegnatore degli esordi del personaggio, doversi confrontare con sceneggiatori che leggevano le sue storie da adolescenti e che hanno carpito l’essenza del personaggio.

Quando disegno il Dylan di Alessandro ci sento i riververbi del Dylan sclaviano; ho avuto la fortuna di conoscere Tiziano Sclavi dagli albori e qui percepisco quel tipo di tematiche e di angoscia. Allora era strepitoso che i mostri veri non erano i mostri classici della letteratura horror, ma erano i mostri moderni. Stare in una metropoli nell’ora di punta, quello era l’angoscia, l’orrore! La cosa interessante è che mentre disegnavo La casa delle memorie percepivo proprio questo grazie all’abilità di Alessandro di dar vita a personaggi che sono tutt’altro che “bianco o nero” dotati di numerose sfaccettature proprio come faceva Tiziano. Quando disegni degli zombie al ristorante e non spieghi perchè è vero che a volte i lettori se lo chiedano ma, a mio avviso, è altrettanto vero che il lettore finirà per darsi da solo la sua personale spiegazione.

Il disegnatore spiega poi come è stato occuparsi di questo speciale soffermendosi sulla meticolistà di Bilotta nel riempirlo di documentazione, richiedendo in cambio la sua massima partecipazione e lo sforzo di fronte alla realizzazione di un Dylan Dog invecchiato ma riconoscibile.

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Ci si è soffermati poi sulla capacità di Alessandro Bilotta di raccontare all’interno delle sue storie Roma anche quanto non è protagonista, un po’ come faceva lo stesso Sclavi in Dylan Dog con Milano:

Inserire Roma era un’idea che avevo avuto per rappresentare come la devastazione arrivi alle porte di casa tua. […] Ho messo dei riferimenti ad una situazione di decadenza attuale che in parte non sono stati capiti, in parte sono stati considerati fortemente retorici. Io non volevo raccontarne la criticità, però  questa sensazione di decadenza la sento. […] Roma, quando devo raccontare delle cose, diventa sempre un elemento fondamentale. E tra l’altro tutti questi luoghi decadenti sanno molto di Dolce vita, di La grande bellezza

Giampiero Casertano racconta poi che cosa significhi per lui disegnare di modo da spiegare la sua evoluzione stilistica.

Disegnare significa saper guardare. Io chiedo sempre ai ragazzi di leggerle le immagini, non di guardarle! Se uno disegna ci mette dento se stesso mentre lo fa, ma anche le forme dei suoi personaggi, del disegno…e il ripasso in china è una conseguenza di questo. La china deve riflettre i volumi, il modo di disegnare, il mondo che ci il disegnatore ci vede dentro. Quello che ho fatto io è stato un cambiamento non solo grafico.

Tra una domanda e l’altra infine sono state mostrate delle gustose anteprime della nuova storia del prossimo speciale disegnato da Giulio Camagni.

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In viaggio con Ringo

Ora che Orfani: Ringo #10 – Animali selvaggi è in edicola da un po’ e che la seconda stagione della miniserie Sergio Bonelli Editore volge al termine, mi sono riproposta di fare un piccolo tratto del viaggio on the road dei quattro protagonisti in occasione del loro passaggio a Milano.

L’itinerario che decidono di seguire Ringo, Rosa, Seba e Nuè è molto semplice e si tratta del percorso che da Stazione Centrale passando per Porta Venezia arriva al Duomo prima e al Castello Sforzesco poi. Buona parte del viaggio corre quindi in parallelo con i binari della metro rossa e segue alcune delle vie principali di Milano. Al contrario di quanto si muovevano nel sud del paese, gli orfani si spostano all’interno della città seguendo strade ampie circondate dai palazzoni simbolo del capoluogo meneghino a ricordarci che, Corvi a parte, c’è molto poco da temere. La città è deserta, più o meno.

Si parte da Stazione Centrale, luogo in cui troviamo Ringo & Co. svegliarsi, uscire dal treno sul quale si sono rifugiati e partire in perlustrazione tutti insieme. Grazie alla nuova conformazione e alle scritte EXPO presenti nei finestrini dei nuovi freccia rossa non ho avuto modo di scattare le prime foto così come i nuovi regolamenti imposti per l’evento mi hanno impedito di fare lo stesso all’interno della stazione (immaginatemi là dentro con i bagagli e il fumetto in mano nel tentativo di fotografare decentemente la struttura!). Ho ovviato il problema cercando qualche immagine utile dal web.

Milano

Stazione 3

Sazione 1

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Si esce.

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Alla sinistra della stazione si snoda Via Vitruvio protagonista della seconda vignetta di pagina 12.

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Da qui le vignette successive, che si riferiscono all’avvistamento di uno dei Corvi, ci mostrano Porta Venezia, “braccio più centrale” di Corso Buenos Aires che si protende verso San Babila e Duomo. Ci troviamo proprio a due passi dai bastioni (anche se non li vediamo all’orizzonte, forse son distrutti) e, guardando verso Palestro, possiamo individuare sulla sinistra il palazzo dove si è appostato Jonas.

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Mentre i quattro si confrontano sull'”immortalità” dei Corvi, si spostano verso Palestro. Nelle vignette di pagina 17 risulta abbastanza semplice individuare il Museo della Scienza e i palazzi che gli si affacciano (l’ufficio postale e la banca che gli è di fronte per esempio).

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Da Corso Venezia verso San Babila. Qui mi soffermo ad osservare i palazzi che appaiono distrutti nell’albo e lo stato disastroso in cui si trova la fontana. Ma il Duomo mi aspetta…

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In realtà il Duomo, nel volume appare solo di sfuggita, pur essendo il grande protagonista della copertina di Emiliano Mammucari. Partendo dal presupposto che il percorso che compiono Ringo, Rosa, Seba e Nuè sia il modo più semplice e immediato per raggiungere il Castello Sforzesco (da Via Dante) passando da Duomo, ho considerato tutto ciò una scelta ponderata, l’idea di incentrare l’azione prevalentemente tra Castello Sforzesco e Parco Sempione.

Senza dilungarmi troppo: la copertina.

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Arrivati a Cairoli Ringo combatte coi lupi senza l’ingombro di Expo Gate…

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…suscitando, con la sua vittoria, l’ululato di Jonas, che risuona fino a raggiungere il Duomo.

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Duomo Orfani
Foto scattata da Terrazza Martini. L’inquadratura è perfetta!

Sconfitto l’ennesimo nemico “naturale” di Ringo (quasi a ricordarci che il nostro eroe era un torero addestrato a riconoscere la purezza e la nobiltà della lotta ad armi pari contro gli animali), i quattro si recano all’interno del cortile del Castello Sforzesco, dove infine si separano.

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Da qui Rosa, Seba e Nuè si separano da Ringo, recandosi a Parco Sempione passando per il Castello in modo da trovarsi di fronte all’Arco della Pace.

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Ringo invece, sempre nel cortile del Castello, deve riprendersi in fretta per combattere contro Jonas che gli rivelerà delle importanti informazioni.

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Da pagina 51 fino alla fine l’azione si svolge a Parco Sempione dove il gruppo si riunisce di nuovo, pronto a dover affrontare uno dei momenti più drammatici della serie (di cui non vi dirò altro, semmai foste venuti a curiosare non avendo letto l’albo).

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E con questo termina il mio tour di Milano guidata dal lavoro di Roberto Recchioni, Luigi Pittaluga e Luca Saponti. Vi lascio con la promessa di non abbandonare questa mia bizzarra idea di rivivere le disavventure che i personaggi dei fumetti affrontano nella mia città nella speranza di farvi conoscere meglio Milano e farvela amare almeno un po’.