Orfani: Terra Tour a Milano

Il 14 Gennaio alla fumetteria Supergulp di Milano si è tenuto il primo incontro dedicato a Orfani: Terra, ultima avventura in tre albi dedicata al mondo di Orfani, miniserie Sergio Bonelli Editore ideata da Roberto Recchioni e Emiliano Mammucari.

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Per l’occasione Michele Masiero insieme a Emiliano Mammucari, Matteo Mammucari, Mauro Uzzeo, Giovanni Masi e Roberto Recchioni hanno presentato il progetto e parlato dell’albo Terra #1 –  Dalla cenere, primo prodotto Sergio Bonelli Editore uscito contemporaneamente in edicola e in fumetteria.

Dopo aver accennato proprio a questa particolarità dell’albo e alla decisione di creare una variant incentive omaggio per le fumetterie ogni dieci copie acquistate, ci si è soffermati sull’ esordio di Emiliano Mammucari come sceneggiatore e sul coinvolgimento di Gipi come copertinista di questa quinta serie.

Emiliano Mammucari ha poi presentato la squadra di disegnatori, composta da Alessio Avallone, Luca Genevose e Matteo Cremona, mentre Mauro Uzzeo ha sottolineato il fatto che a scrivere Dalla cenere, che si apre con la storia di due fratelli, siano proprio i due fratelli Mammucari. A proposito dell’esperienza lo stesso Emiliano Mammucari afferma:

“Sono tanti anni che sono disegnatore e proprio per questo c’è una partecipazione al disegno di un certo tipo, anche emotiva. Ma che cos’è la scrittura! Questa è la prima volta che scrivo e fa male in qualche modo perchè ti mette a nudo. Sono una persona che ci tiene al lavoro di squadra e scrivendo con Mauro e Giovanni ci siamo trovati a recitare le battute… Sono sicuro che questo esperimento della scrittura lo rifarò e che abbia cambiato la mia percezione del disegno. Inoltre in Bonelli c’è una tradizione di disegnatori passati alla scrittura…”

L’incontro si è chiuso con il firmacopie degli albi e della stampa realizzata per l’occasione dallo stesso Emiliano Mammucari.

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Nathan Never 300: la variant cover di Enki Bilal

Durante il Napoli COMICON 2016 (dal 22 a 25 Aprile 2016) sarà possibile acquistare presso lo stand Sergio Bonelli Editore il numero 300 di Nathan Never con variant cover realizzata da Enki Bilal. L’albo, che festeggia anche i 25 anni della serie, è stato realizzato da Bepi Vigna e da Roberto De Angelis, è a tiratura limitata e interamente a colori e contiene al suo interno 16 pagine extra con vari contenuti speciali al costo di 6 €.

Per festeggiare il compleanno dell’Agente speciale Alfa al Napoli COMICON sarà possibile visitare la mostra ad esso dedicata ed incontrare i creatori della serie Michele Medda, Antonio Serra e Bepi Vigna, tutti ospiti della fiera del fumetto campana.

Qui di seguito trovate la variant cover di Enki Bilal (Trilogia Nikopol, Tetralogia del mostro, I fantasmi del Louvre) e una ricca gallery di sue tavole e illustrazioni!

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Presentazione di Chanbara – La via del samurai

Il 20 Novembre 2015 a Milano presso la Feltrinelli di Piazza Duomo si è tenuta la presentazione di Chanbara – La via del samurai, ristampa a colori della saga giapponese realizzata da Roberto Recchioni e Andrea Accardi per Le Storie di Sergio Bonelli Editore. Il tour promozionale, che da Reggio Emilia ha portato i due autori a Milano, ha dato modo ai lettori presenti di scoprire la nuova edizione curata da Bao Publishing alla scoperta della colorazione del volume realizzata da Stefano Simeone e Luca Bertelè.

Dopo l’introduzione del moderatore Michele Foschini che paragona Roberto Recchioni e Andrea Accardi alle due spade chei samurai portavano sempre in battaglia (nei rispettivi ruoli di wakizashi, l’arma dell’onore utilizzata per il Seppuku, e katana, l’arma di difesa più lunga ed efficace), Roberto Recchioni ha iniziato a raccontare la genesi dell’opera:

La genesi delle due storie presenti nel volume Bao Publishing è un po’ particolare perchè Sergio Bonelli aveva delle idiosincrasie per alcuni specifici generi, quindi non amava e non voleva che fossero fatte storie sugli antichi romani, storie sui pirati, storie con tanti bambini e storie sui samurai. Mauro Marcheselli è invece un grande appassionato di samurai e di cultura giapponese proprio come me […] perciò, quando è nata la collana le Storie e gli ho proposto di realizzare una storia sui samurai, mi diede l’ok con l’intenzione di far leggere a Sergio la storia una volta che l’avessimo finita. Il nostro grande rimpianto è che non abbiamo potuto litigare con Sergio perchè è scomparso prima dell’uscita degli albi. Sono convinto che se una storia non fa incazzare nessuno è una storia inutile, cioè se una forma artistica o culturale non  ha neanche una provocazione  e genera e polarizza le opinioni vuol dire che hai sbagliato qualcosa.

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Andrea Accardi, unico disegnatore preso in considerazione da Roberto Recchioni per questa saga realizzata con l’intento di creare lo sposalizio perfetto di forma e contenuto, parla poi del rapporto che c’è tra Chanbara e Lone Wolf and Cub, che insieme al lavoro di Frank Miller in Ronin hanno influenzato notevolmente lo sceneggiatura durante la fase di scrittura:

Lone Wolf and Cub fu il secondo manga sui samurai che scoprì, anche se ammetto che una volta scoperto e rimasto affascinato da quelle atmosfere, lo avevo un po’ dimenticato. Infatti quando ho ripreso in mano tutta questa parte iconografica per questa storia di samurai non mi sono subito ispirato a Kojima, ma l’ho preso un po’ alla larga. Come prima cosa per documentarmi ho cercato le stampe giapponesi dell’epoca e usato Kojima e altri autori per avere una conferma di quello che vedevo.

Roberto Recchioni racconta poi i vari passaggi a cui Accardi ha sottoposto il suo lavoro:

Andrea (NdA: Accardi) ha lavorato su dei fogli a quadretti di un quadernone che poi ha messo all’interno di questi raccoglitori meravigliosi con delle pagine a matita incredibilmente dettagliate. Qualsiasi disegnatore li avrebbe inchiostrati e mandati in stampa. Lui ha fotocopiato i fogli in grande, li ha rilucidati e reinchiostrati. Parte di questo lavoro lo trovate nei contenuti speciali del libro, l’altra parte potete trovarla online usufruendo del QR-Code presente all’interno.

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Dopo aver rapportato l’uso dei quadernoni da parte di Andrea Accardi al metodo di lavoro che prediligeva Magnus nei suoi ultimi fumetti, caratterizzato da un controllo quasi ossessivo degli spazi e dei piccoli dettagli, ci si è soffermati sulla capacità che i due autori hanno avuto di dare un aspetto dinamico a tavole nate con un approccio fortemente controllato. Roberto Recchioni racconta:

Prima del fumetto giapponese in questo c’è veramente l’idea di quello che è il Giappone e di quello che è il Giappone che cerchiamo di raccontare. Quello che a me interessava era cercare di passare alcuni aspetti della cultura giapponese che amo moltissimo tra cui quello legato alla spada più che alle altre arti marziali. Un’altro aspetto che mi fa impazzire del Giappone è la loro concezione di poesia, l’haiku, la poesia più rigida del mondo […] che si basa sulla riscrittura costante. La ripetizione del gesto, la ripetizione della pratica portata all’interno di regole rigiddissime ti permette di ricercare dei modi per esprimerti che sono mille volte più violente e devastanti di quelli che adotti quando hai la totale libertà. Nella lavorazione di Chanbara mi sono divertito tantissimo a inserire degli haiku, alcuni sono molto famosi, altri sono miei; è stata un’esperienza divertente mescolarli e osservarne l’effetto.

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E Andrea Accardi:

Le stampe giapponesi hanno una composizione statica, ma in realtà all’interno ci vedo energia e movimento. Io l’ho esplicitato perchè la mia formazione da fumettista la devo molto ai manga, ma anche cartoni animati come Goldrake e Mazinga, Heidi e Anna dai capelli rossi. Molte cose sono inconsapevoli perchè mi vengono naturali come le linee cinetiche che vedete in alcune scene d’azione. Per me quello è il modo che conosco per rendere il movimento; non mi pongo la domanda se è meglio fare tante linee, una più piccola una più grande, o quanto spazio devo lasciare l’una dall’altra per renderle simili a quelle dei manga giapponesi.

Poi il disegnatore si sofferma a raccontare di quanto sia stato utile reimpastare nel tempo le sue influenze giapponesi all’arte di autori come Toppi e Battaglia e di quanto sia stato complesso ripensare le sue tavole a colori. Su quest’ultimo punto:

Luca Bertelè e Stefano Simeone hanno dato la loro personale visione della narrazione e delle atmosfere; se notate sono molto diversi uno dall’altro. Stefano ha tutta una sua poetica che ricorda quella che usa nei suoi fumetti e che mi ha in gran parte soddisfatto. Lo stesso con Luca Bertelè, che ha una paletta di colori più classica e che ha deciso di donare con le sue scelte maggior volumetria ai corpi.

Terminato l’incontro è suguito il firmacopie dei due autori.

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Dragonero: ripartiamo da Le Origini

Il 19 Novembre 2015 a Milano presso il Mondadori Store di Via San Pietro all’Orto si è tenuta la presentazione della ristampa Dragonero – Le origini, che ha visto Luca Enoch e Stefano Vietti, i due creatori del fumetto, confrontarsi con i lettori e raccontare i passaggi che hanno dato vita alla serie fantasy di Sergio Bonelli Editore.

I due autori partono proprio dal successo del Romanzo a Fumetti di Dragonero (successo che ha spinto la creazione dell’intera serie) e raccontano al pubblico la scelta di pubblicare di nuovo la prima storia di Ian & Co a colori e con numerosi extra (gli studi di Matteoni e la ripartizione dei capitoli scanditi con le mappe).

Prima di dare la loro sull’utilizzo del colore all’interno della serie, hanno annunciato che in futuro verranno ristampate a colori altre storie, così come andrà avanti la collaborazione con Mondadori per cui lo stesso Stefano Vietti scriverà il terzo romanzo di Dragonero.

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Sui colori Luca Enoch afferma:

Ci stiamo ragionando. La mia posizione personale è che la serie dovrebbe rimanere in bianco e nero per poter realizzare poi un vero speciale a colori. Tra un po’ cominceremo a lavorare su Young, una nuova serie mensile a colori per un target più giovane, e proprio per questo volevamo separare le due cose.

E Stefano Vietti:

Affrontare il colore vuol dire partire per tempo e con un’occasione storica per la serie che potrebbe trasformarsi in uno spartiacque. Non so che effetto avrebbe sul collezionista proporre improvvisamente i numeri a colori. Diciamo che siamo molto cauti. Le storie da libreria e gli speciali che stanno arrivando saranno probabilmente affrontati tutti con il colore. Inoltre con i disegnatori che abbiamo vi offriamo un ottimo bianco e nero.

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Dopo una breve analisi riguardante le difficoltà generate dal colore (a partire da che tipo di colore hanno la pelle e gli occhi dei personaggi principali fino alla necessità di doversi confrontare con i disegnatori e con i loro modo di usare la china), Luca Enoch ha raccontato come hanno deciso di modificare il Magazine.

Abbiamo diviso la storia in stacchi narrativi per integrarla all’interno del Magazine. Sarà, infatti una storia di 90 pagine spezzata in stacchi per cui avrete la storia distribuita all’interno del Magazine. Questo ci ha dato la possibilità di ambientare i vari stacchi  narrativi in ambienti diversi con dominanti di colori diversi. Le abbiamo affidate a dei coloristi diversi per far sì che sottolineassero in ogni tipo di ambiente con il loro particolare tipo di colorazione quello che andavamo a raccontare.

Stefano Vietti ha aggiunto:

Se riusciamo, vorremmo trasferire le immagini realizzate per il blog con i testi di racconto e trasformare il Magazine in una sorta di enciclopedia del mondo di Dragonero. Ci stiamo ragionando anche con la redazione poiché non vorremmo essere troppo autoreferenziali nel Magazine, un prodotto pur sempre di ampio respiro in cui si parla anche di film usciti durante l’anno e di altri argomenti legati al fantasy. Dal prossimo anno però avremo qualche pagina da gestire in questo modo e ci piacerebbe molto.

Luca Enoch ha poi spiegato che, terminato Lilith (2017), avrebbe intenzione di riprendere i romanzi Mondadori e trasformarli in volumi a fumetto disegnati da lui. Stefano Vietti inizia poi a raccontare l’anno che verrà, sottolineando quanto sia significativo per il fatto che si scopriranno tantissime informazioni sulla famiglia e sulla spada del protagonista.

Vi saranno una serie di appuntamenti che racconteranno del passato e della storia della spada di Ian, del ritorno a casa di Ian con tutto quello che è il suo misterioso passato. Vi porteremo perciò a scoprire il mondo dei suoi antenati e a conoscere la sua famiglia e suo padre.

E Luca Enoch:

La storia sul ritorno a casa di Ian sarà molto importante perchè ci sarà un’aggancio con la serie di Young Dragonero che ha come ambientazione di partenza la casa natale del protagonista dove Ian e Myrna vivono con il padre, la madre e il nonno. Vi presentiamo perciò in anteprima sulla serie regolare gli ambienti che ritroverete nella serie per ragazzi.

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Segue una breve spiegazione su come i due autori hanno ideato i nomi di Dragonero (poche desinenze che si ripetono prese in prestito dal greco, dal latino e dal rumeno) e su come siano state gestite le trame politiche del palazzo imperiale (sono in sottotraccia, ci sarà una storia doppia in cui verranno mostrati nuovi misteri e nuove importanti informazioni) e la rivelazione che presto vi sarà un cambio di prospettiva per cui le cose saranno raccontate  da un altro punto di vista, in modo di cambiare le carte sul tavolo.

Dopo aver raccontato della difficoltà di creare una serie di storie in stretta contiuity per via delle tempistiche strette (ma verranno date alla luce più avanti, il soggetto è già pronto), ci si è soffermati sul motivo della creazione della Gilda dei Tecnocrati e sull’ampiezza del mondo di Dragonero (il timore nei confronti dell’ignoto, è questo che genera meraviglia in questo mondo già di per sè insolito) per poi passare alla sessione di firmacopie.

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Recensione di Orfani: Nuovo Mondo #1 – L’aliena

La terza stagione di Orfani: Nuovo Mondo inizia il mese di ottobre proponendoci L’aliena, albo che, come si può notare dalla splendida (e centrata) copertina di Matteo De Longis, vede come protagonista assoluta Rosa, l’ultima superstite delle precedenti avventure della famiglia anticonvenzionale di Ringo, nel ruolo di fuggitiva ed extracomunitaria del Nuovo Mondo, pianeta colonizzato dagli umani su cui è fuggita grazie ad una nave clandestina.

Ed è proprio con l’approdo sul pianeta che cominciano le disavventure della ragazza che, scampata da morte certa dopo un attacco alla navicella da parte della guardia marina, deve vedersela con le numerose minacce che vi albergano, siano esse pericolosi mostri o i Cani, robot automizzati a caccia di intrusi.

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L’albo, meno esplosivo dei precedenti numeri uno (in Orfani #1 assistevamo alla distruzione di buona parte dell’Europa, in Ringo #1 al suo scoppiettante ritorno in scena con tanto di famiglia allargata), risulta una lettura piacevole e permette, senza superflue spiegazioni (quelle necessarie sono messe in bocca a Host, il robot assistente di volo che accompagna Rosa durante il viaggio) a Roberto Recchioni e Luca Vanzella di trattare due tematiche complesse come materità e immigrazione e di intrecciarle grazie all’intelligente e sfaccettata caratterizzazione della protagonista, sviluppata e gestita molto bene anche nella precedente stagione.

In primo luogo si assiste alla crescita e al cambiamento di Rosa che ha trovato finalmente qualcosa per cui vivere (e non morire, come il suo attaccamento nei confronti dei moti rivoluzionari contro il governo Juric) e che, come una moderna Sarah Connor, ha trovato le forze per combattere una guerra diversa il cui scopo è rimanere illesa. Gli sceneggiatori riescono nell’intento di dare spessore e profondità al personaggio senza privarla del tutto della spensieratezza che, nonostante le dure prove a cui è stata sottoposta e le perdite che ha subìto, è ancora viva nella ragazza, trapelando dalle pagine del suo diario, in cui c’è ancora spazio per i sogni e i finali a lieto fine. Inoltre il difficile passaggio dalla condizione di figlia alla condizione di madre orfana di padre appare ben strutturato dall’apparizione di Ringo che, come in un sogno ad occhi aperti, accompagna la giovane attraverso l’intricata foresta, così come l’importanza di avere in grembo una nuova vita e la distorsione del concetto di amore materno (rappresentato da Sam, figlia putativa della Juric) sono accennati in maniera esaustiva nelle pagine finali.

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In secondo luogo ci vengono mostrati i quattro protagonisti che fanno parte del complesso problema sociale dell’immigrazione: la Juric, che rappresenta le autorità da cui dipendono le scelte di una linea più o meno dura, la guardia marina (tutta al femminile), che si presenta come il corpo armato che “respinge” i forestieri senza permesso, Rosa,  la profuga in fuga, e Rollo e Cesar, gli scafisti che per denaro trasportano senza scrupoli le persone che riescono a pagare il pedaggio. Senza prendere una posizione ben delineata l’albo si limita a mostrarci le azioni dei comprimari, permettendo al lettore di comprendere le dinamiche che governano il nuovo pianeta e di scoprire l’oscurità che alberga dentro ciascuno dei personaggi caratterizzati da personalità controverse spesso goverate da cieco egoismo. L’ incapacità del lettore di percepire ogni singolo protagonista come un modello positivo rende più oggettiva l’analisi degli eventi che si susseguono, fortemente correlati all’attualità e alla situazione critica che ha vissuto l’Europa in questi mesi.

I disegni di Gigi Cavenago svolgono al meglio la funzione di rendere piacevole e rapida la lettura grazie all’utilizzo di inquadrature che concedono il giusto grado di dinamismo alle tavole e ad un’ottima caratterizzazione espressiva dei personaggi. Nonostante non si raggiunga il livello di sperimentazione che abbiamo apprezzato in #Orfani 11, il disegnatore, con pochi e “semplici” tratti, riesce a delineare un intero mondo, a dare la propria personale interpretazione dei protagonisti della serie (e di Rosa in particolare) e a creare una netta divergenza tra i mostri autoctoni che sbucano dalle profondità del pianeta con le loro silouette morbide e arrotondate e le guardie di frontiera, complessi robot umanoidi che discendono dall’alto scortati dalle navicelle governative. Ricordando in parte l’aria che si respira nell’universo di Star Wars, dove se si presta poca attenzione alle minacce naturali si rischia grosso, la lotta che prende piede nelle pagine finali sembra proprio rappresentare l’idea che non vada sottovalutato il pericolo che deriva dalla natura incontaminata e sconosciuta, concetto che culmina a pagina 75, dove una tavola costruita a ventaglio sottolinea prepotentemente la forza primordiale del’habitat e degli animali che ci vivono e che possono facilmente sopraffare Rosa.

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Il lavoro di Annalisa Leoni si sposa bene con lo stile di Gigi Cavenago e riesce, tramite l’uso del blu e del rosso, che indicano il contrasto tra bene/male e naturale/artificiale, a donare alle varie pagine la giusta dose di tensione e a definire per mezzo dei contrasti la pericolosità insita nel nuovo mondo. Interessante quindi osservare come alle tavole legate ai robot e alla loro descrizione, in rosso, e a quelle in cui Rosa si scontra con i mostri che abitano la sua nuova casa, prevalentemente in blu, si aggiungano le pagine 76 e 77, completamente dominate dalle tonalità del giallo che, come visto in precedenza anche in Orfani e Ringo, riportano Rosa nel limbo dove si trovano gli Orfani morti a dar vita ad una sorta di dejavu che ci accompagna di stagione in stagione in cuu ci vengono mostrati i personaggi che hanno sprecato la loro possibilità di redenzione.

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Orfani: Nuovo Mondo #1 si presenta quindi come un prodotto differente dai precedenti numeri uno di Orfani e Orfani: Ringo, risultando meno ricco di colpi di scena ma mantenendo un ritmo costante e piacevole che permette al lettore di concentrarsi sulla psicologia dei protagonisti e sulle dinamiche che prevalgono all’interno della colonia governata dalla Juric.

Presentazione di Dylan Dog Speciale #29 – Il pianeta dei morti

Il 13 Ottobre alle 18.30 presso il Megastore Mondadori di via Marghera si è tenuta la presentazione di Dylan Dog Il pianeta dei morti- La casa delle memorie (Bilotta-Casertano), primo speciale annuale dedicato all’universo parallelo creato da Alessandro Bilotta che vede il protagonista della testata Sergio Bonelli Editore, ormai invecchiato, vedersela con una vera invasione di zombie e con le problematiche che ne derivano.

Nata come una breve storia per il Color Fest, Il pianeta dei morti (Bilotta-Di Giandomenico) ebbe un clamoroso successo tra i fan di Dylan Dog per cui si decise di portare avanti tali avventure prima attraverso storie singole nel Color Fest (Bilotta-Martinello) e nel Gigante (Bilotta-Vetro) e poi come totale protagoniste del nuovo Speciale annuale.

Ed è proprio spiegando la necessità di creare un appuntamento fisso con l’universo creato da Alessandro Bilotta che è iniziato l’incontro presieduto da Roberto Recchioni e Franco Busatta che ha visto lo stesso Alessandro Bilotta raccontare ai presenti insieme al Giampiero Casertano come si è sviluppato e come è stato realizzato lo Speciale #29.

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Alessandro Bilotta prende parola raccontando la genesi del personaggio che, come fa notare Franco Busatta, è più vecchio dell’originale in controtendenza con le scelte di case editrici quali Marvel e Dc, che hanno creato universi alternativi in cui i supereroi sono per lo più dei ragazzini.

Non sono mai stato giovane e questa è una caratteristica con cui devo fare i conti. Sicuramente non mi appartiene un personaggio con le caratteristiche che hanno gli attuali supereroi, questo tentativo di parlare ai ragazzi del liceo non mi appartiene. Sicuramente se dovessi parlare di supereroi ricercherei lo spirito originale del personaggio. Questo non significa che non si possa raccontare con modernità. Uno dei fumetti che ho molto apprezzato in questi anni è All Star Superman, uno dei miei fumetti preferiti di sempre, dove lo sceneggiatore ragiona con senso epico senza rivolgersi ai giovani, ma rimane modernissimo riprendendo un determinato tipo di linguaggio…Questo è il mio modo di ragionare, lo sento molto vicino. Non credo che leggendo La casa delle memorie il lettore possa sentire di ritrovarsi a leggere una storia di venti anni fa, però a me affascina cercare di ritrovare lo spirito originario dei personaggi dei fumetti e quello di Dylan Dog, a cui mi sento molto legato.

Dopo aver raccontato della sua decisione di citare Attraverso lo specchio all’interno ne La casa delle memorie una volta scoperto che a disegnare l’albo sarebbe stato Giampiero Casertano (“Mi piace dichiarare un senso di continuità. Casertano c’era allora e c’è adesso, così come i personaggi di allora ci sono pure adesso”) e le motivazioni che hanno creato Il pianeta dei morti (in alternativa ai “finali alla Scooby-Doo” presenti in quel momento nella serie regolare), Alessadro Bilotta si sofferma sulla sua necessità di raccontare l’angoscia nella giusta maniera:

L’angoscia secondo me si descrive in due modi. Uno è l’immagine disturbante (come ad esempio i morti viventi che mangiano carne umana al ristorante insieme alle persone normali), l’altro è non spiegandotela perchè tutte le cose che angosciano nella vita non hanno spiegazioni. Nel momento in cui tu la vai a spiegare perdi l’angoscia.

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In seguito prende parola Giampiero Casertano che racconta che cosa significa per lui, disegnatore degli esordi del personaggio, doversi confrontare con sceneggiatori che leggevano le sue storie da adolescenti e che hanno carpito l’essenza del personaggio.

Quando disegno il Dylan di Alessandro ci sento i riververbi del Dylan sclaviano; ho avuto la fortuna di conoscere Tiziano Sclavi dagli albori e qui percepisco quel tipo di tematiche e di angoscia. Allora era strepitoso che i mostri veri non erano i mostri classici della letteratura horror, ma erano i mostri moderni. Stare in una metropoli nell’ora di punta, quello era l’angoscia, l’orrore! La cosa interessante è che mentre disegnavo La casa delle memorie percepivo proprio questo grazie all’abilità di Alessandro di dar vita a personaggi che sono tutt’altro che “bianco o nero” dotati di numerose sfaccettature proprio come faceva Tiziano. Quando disegni degli zombie al ristorante e non spieghi perchè è vero che a volte i lettori se lo chiedano ma, a mio avviso, è altrettanto vero che il lettore finirà per darsi da solo la sua personale spiegazione.

Il disegnatore spiega poi come è stato occuparsi di questo speciale soffermendosi sulla meticolistà di Bilotta nel riempirlo di documentazione, richiedendo in cambio la sua massima partecipazione e lo sforzo di fronte alla realizzazione di un Dylan Dog invecchiato ma riconoscibile.

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Ci si è soffermati poi sulla capacità di Alessandro Bilotta di raccontare all’interno delle sue storie Roma anche quanto non è protagonista, un po’ come faceva lo stesso Sclavi in Dylan Dog con Milano:

Inserire Roma era un’idea che avevo avuto per rappresentare come la devastazione arrivi alle porte di casa tua. […] Ho messo dei riferimenti ad una situazione di decadenza attuale che in parte non sono stati capiti, in parte sono stati considerati fortemente retorici. Io non volevo raccontarne la criticità, però  questa sensazione di decadenza la sento. […] Roma, quando devo raccontare delle cose, diventa sempre un elemento fondamentale. E tra l’altro tutti questi luoghi decadenti sanno molto di Dolce vita, di La grande bellezza

Giampiero Casertano racconta poi che cosa significhi per lui disegnare di modo da spiegare la sua evoluzione stilistica.

Disegnare significa saper guardare. Io chiedo sempre ai ragazzi di leggerle le immagini, non di guardarle! Se uno disegna ci mette dento se stesso mentre lo fa, ma anche le forme dei suoi personaggi, del disegno…e il ripasso in china è una conseguenza di questo. La china deve riflettre i volumi, il modo di disegnare, il mondo che ci il disegnatore ci vede dentro. Quello che ho fatto io è stato un cambiamento non solo grafico.

Tra una domanda e l’altra infine sono state mostrate delle gustose anteprime della nuova storia del prossimo speciale disegnato da Giulio Camagni.

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#DylanDogSenigallia: mostra e incontro

Giovedì 20 Agosto mi sono recata a Senigallia in occasione della rassegna Ventimilaleghesottoimari in Giallo con lo scopo di visitare la mostra dedicata a Dylan Dog e di assistere poi all’incontro con Paola Barbato, Gianfranco Manfredi e Angelo Stano.

La mostra, allestita con cura all’interno delle stanze del Palazzo del Duca, si pone il compito di presentare ai visitatori il mondo di Dylan Dog e il lavoro di due dei disegnatori storici della serie a fumetti: Angelo Stano e Bruno Brindisi. Le stanze, dominate dal colore rosso, raccontano tramite costumi, bozze, tavole e installazioni la lunga vita del personaggio, mostrano i vari passaggi che stanno dietro le copertine di Angelo Stano, si soffermano sulla cura per il dettaglio e sull’eleganza dello stile di Bruno Brindisi e guidano i visitatori fino alla storia che vede l’Indagatore dell’Incubo in trasferta a Senigallia, inedito realizzato dal duo Manfredi-Casalanguida. Tutto sommato la visita è stata piacevole e, nonostante l’assenza di tavole originali, alcune particolari trovate, come la creazione di una parete completamente tappezzata dalle copertine di Angelo Stano, sono state capaci di emozionarmi e affascinarmi.

Di seguito mi sono spostata nella splendida e suggestiva Rotonda sul Mare per ascoltare gli autori presenti discutere del successo di Dylan Dog partendo dalle loro esperienze personali. Primo a intervenire è stato Gianfranco Manfredi che ha ricordato la sua entrata in scena come sceneggiatore della testata nel 1994:

Dalla mia esperienza mi sono subito reso conto che c’erano mote lettrici cosa senza precedenti nel fumetto italiano e soprattutto in quello Bonelli che era una lettura prevalentemente maschile. Mi sono reso conto che piacevano molto certi elementi psicologici di Dylan Dog e cioè la sua malinconia e il fatto che non fosse un eroe vincente, anzi un eroe perdente, come diceva Sclavi “il detective con più alta serei di insuccessi” perchè quasi tutti i suoi clienti morivano. E, in quel momento di trapasso, mi è sembrato di cogliere una cifra, anche nel tipo di umorismo che usava, caratteristica dell’adolescenza che potrei definire la depressione. La depressione non è solo la melanconia, lo stare giù di tono; la depressione vive di alti e bassi, ci sono anche momenti di euforia. Questi due estremi e dell’ironia massima e dello sprofondare nell’incubo erano caratteristici del Dylan Dog degli anni novanta.

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Paola Barbato ha detto la sua, soffermandosi sul rapporto tra Dylan Dog e il suo creatore Tiziano Sclavi:

Dylan dog è diventato famoso per moltissime ragioni, tutte ragioni importanti: il periodo storico, l’aver intercettato un certo tipo di sensibilità…Per me l’elemento cardine è che Dylan è la proiezione di Tiziano. Dylan e Tiziano sono quasi coincidenti. Le caratteristiche di Dylan sono le caratteristiche di Tiziano. […] Con il tempo ho capito non solo che Tiziano era il suo creatore, che Tiziano era il cuore di tutto ciò che era intorno a Dylan Dog, che tutto si riferiva a lui, che tutto era interconnnesso a lui, ma anche che Tiziano era un genio. E quando Mauro mi portò a conoscerlo io avevo una paura tremenda. […] Lui aveva l’aria un po’ fragile, sembrava un uomo di cartavelina e io sono rimasta molto colpita e, molto spaventata ho reagito nelle maniere più sceme per cui sono diventata tracotante, quasi aggressiva io perchè avevo paura. Tiziano bontà sua aveva capito che non ero pericolosa e accompagnadomi alla porta mi disse: ” è stato bellissimo conoscerti” e poi guardando Mauro: “Non portarla mai più”. E invece no. per fotuna l’ho conosciuto.

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Infine Angelo Stano ha raccontato al numeroso pubblico presente (la Rotonda era piena!) come ha reagito dopo essere stato scelto per disegnare il numero uno della serie:

Era la prima volta che mi cimentavo in una storia così lunga. […] E quindi Dylan Dog aveva una complessità sovraccaricata dal fatto che era il primo episodio di una nuova serie e sentivo addosso una reponsabilità non da poco. Tuttavia ero anche un pochino baldanzoso per il semplice fatto di essere stato chiamato, tanto è vero che ho cercato di farlo a mio modo, ispirandomi a Schiele, che era il mio pittore preferito, perchè cercavo un approdo per il cosidetto fumetto d’autore.

Qualora vogliate ascoltare dal vivo alcuni frammenti degli interventi di Gianfranco Manfredi, Paola Barbato e Angelo Stano metterò a breve dsul mio canale You Tube.